Basta fermarsi un secondo, smettere di pensare alle mille cose della giornata. Tirare un respiro e uno sguardo che fissa oltre il finestrino in una galleria buia tra uno scossone una fermata e gente che sale e scende. Seduto su sedili di plastica con uno zaino abbracciato, in piedi davanti al mio stereo, magari su un balcone con una sigaretta che si consuma da sola.
Di colpo lo sguardo fisso, alienazione dell'attimo. Pochi secondi di realtà di qualcosa così vicino, insieme fittizio eppure così vero da poterlo toccare.
Una serata che sa di deja vu, contorni poco definiti, immagini in successione lenta eppure così familiari, così calde e mi lascio trasportare.
Da una slide di tempo all'altra dove ho l'esatta sensazione di quello che sta per accadere eppure non posso uscirne, sono parte della scena.
Archiviazione di memoria, ricordi che passano miscelati alla realtà prima di diventare tali, e dimenticati. Non posso più definirne i colori, l'immagine esatta. Solo un odore, un sapore, un "effetto madeleine" nascosto tra un cuscino e il profumo sulle mani.
Qualcosa ogni volta diverso, una maschera nascosta che ti accompagna al posto silente e inizia la proiezione.
Il sottile piacere di perdersi che si interrompe come un piatto che tocca terra dopo essere scivolato dalle mani: un botto e molti cocci che comunque non rimetti assieme.
Risveglio brusco con tanto di stordimento.
Quanto può andare lontano un pensiero una poltrona e del tempo? fissando un vuoto che in realtà punta il fuoco nel punto più oscuro del pozzo dei sogni, gli occhi devono muoversi ma tanto il punto dove guardano è nascosto dentro.
Un tempo indefinito che sembra durare ore, tranquilli frammenti da pochi millisecondi ma che possono benissimo assomigliare a un pomeriggio.
Magari è solo la febbre, oppure il sonno che fa capolino prima di entrare in scena.
Solo immaginazione
Sembra di sentire il vento unito al sole che sfiora il collo e il sorriso sincero poi il colpo sordo del finestrino sollevato e via il vento e meglio anche lo sguardo, le pubblicità sui cartellini penzolanti non gradiscono.
Non è pilotabile, non so dove porta. Perchè non un pomeriggio al mare, di quelli che ne ho fatti cento uguali ma solo pochi unici e non serviva ci fosse il sole.
Sedermi su un'altalena (infelice della mia scelta) o sdraiarmi su un muretto di mattoni, il sole però apparteneva al primo ricordo.
Ancora sul solito metrò, tra due fermate mi guardo attorno e raccolgo sguardi ascolto e provo a lasciare scivolare il mio.
Costruire un ordine, non geometrico. Groviglio n-dimensionale, ma son così.
Scivolato nel tempo di un ricordo.
mercoledì 23 aprile 2008
Caduto in un ricordo
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